Terapie intensive aperte. Domani il testo di legge a Roma. Pisa capofila con due professionisti

PISA – Domani, martedì 4 novembre, si terrà a Roma, alla Camera dei Deputati, una conferenza stampa di presentazione della proposta di legge 141: “Disposizioni concernenti la realizzazione di reparti di terapia intensiva aperta

per la quale il dottor Paolo Malacarne, direttore dell’unità operativa di Anestesia e rianimazione 6 (di Pronto soccorso) e il dottor Gianni Biancofiore, responsabile della sezione dipartimentale Anestesia e rianimazione nel trapianto di fegato, hanno svolto un ruolo di consulenza, ponendosi come l’ospedale che in Italia ha fatto da apripista in questo settore. In Aoup infatti, già dal 2005, era stato adottato il modello delle terapie intensive aperte ai familiari, nel reparto diretto da Biancofiore, e da qualche anno, anche nell’anestesia e rianimazione di Pronto soccorso. La buona notizia è che, di recente, anche altre unità di terapia intensiva aziendali hanno iniziato il loro percorso di “apertura”. Oggi i reparti di terapia intensiva (Icu-Intensive care unit) italiani sono ancora caratterizzati, nella grande maggioranza dei casi, da una limitazione spesso rigida delle visite ai degenti sia in termini di numero dei familiari ammessi all’interno del reparto che di durata della loro permanenza.

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A tal proposito però esistono evidenze in letteratura che dimostrano come lo “sradicamento” dei malati dal loro tessuto familiare che ne consegue possa causare o peggiorare una sindrome da stress post-traumatico caratterizzata da depressione, ansia, disturbi delle funzioni cognitiva e emotiva i cui segni sono rintracciabili anche per molti mesi dopo la dimissione. Inoltre, anche la famiglia chi di è ricoverato in Icu soffre del distacco imposto dalle rigide limitazioni imposte dai reparti, andando frequentemente incontro a disturbi della sfera psicologica. Le ragioni per questa “chiusura” delle Icu sono rintracciabili in una serie di motivi che, quando analizzati criticamente alla luce delle evidenze disponibili, appaiono più come delle paure che come delle vere e proprie ragioni. Negli ultimi anni chi lavora in Icu ha iniziato ad occuparsi non più e non solo della “quantità” di vita dei malati ma anche della sua “qualità” e di quella delle famiglie durante la degenza in terapia intensiva, individuando come pressante nei malati e nei familiari le necessità di una informazione comprensibile, di un rapporto pro-attivo con il personale sanitario e di un accesso più liberale al reparto. Tali istanze sono alla base del modello organizzativo conosciuto come Icu aperta secondo il quale il reparto intensivo, aprendosi ai bisogni di malati e familiari, non si limita ad un semplice incremento delle ore in cui i visitatori possono accedere al reparto per stazionare al letto del congiunto, ma si modella così da aumentare il grado di coinvolgimento dei malati e delle loro famiglie nelle decisioni terapeutiche. Il fine è di erogare, accanto a prestazioni sanitarie, anche un supporto emotivo e psicologico secondo un approccio che abbia il malato al centro degli interventi anziché la malattia o l’operatore sanitario.

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