Occupata la sede del Pd in Via Fratti. Filippeschi: “Atto grave che rievoca lo squadrismo”

PISA – Ieri il jobs act è stato votato alla Camera, con un giorno d’anticipo rispetto alla tabella di marcia dei lavori parlamentari. Una discussione a tappe (volutamente) forzate, un anticipo senza nessun preavviso, forse nel tentativo di chiudere in fretta una vicenda talmente infamante per la politica odierna, che lo stesso partito promotore, il PD del superpremier Renzi, ha affrontato un’ennesima spaccatura interna per poterlo approvare.

Nel teatrino dell’agonizzante partito (ricordiamo, en passant, i 400mila iscritti persi in un anno su un totale di 500mila del 2013), ieri si è consumato l’ennesimo, grottesco atto: tra gli appelli alla “responsabilità” fatti dalla corte renziana, si è costituita una nuova fronda: 29 “dissidenti” che hanno abbandonato l’aula, unendosi a Lega, Fi e M5S. Renzi ringrazia i fedeli e minimizza il dissenso, stavolta anche quello interno, come sembra prassi abituale per qualunque batosta stia portando a casa negli ultimi mesi.

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Poco ci interessa addentrarci nelle beghe di partito, svuotate di qualunque significato già da tempo. Quello che è bene sottolineare, invece, è che l’opposizione a Renzi e alle sue manovre scellerate, di cui il Jobs Act rappresenta la forma più compiuta, è ormai diffusa in tutto il Paese e trasversale come non mai. Lo dimostrano le contestazioni che si sono ripetute, puntualmente, ad ogni apparizione pubblica del premier e degli esponenti del suo governo, in ogni città d’Italia, tanto da spingere, molto spesso, gli “ospiti d’onore” a non presentarsi agli appuntamenti; il messaggio, insomma, è chiaro ovunque: Renzi e i suoi pretori non sono benvenuti nelle nostre città, sono corpi estranei che cercano di venire a predicare il dogma della precarietà e del lavoro gratuito in territori abitati da soggetti che, collettivamente, li rifiutano. Nonostante le mobilitazioni e gli scioperi che inondano il Paese, Renzi e Poletti accelerano e il Jobs Act procede verso l’approvazione definitiva.

L’emendamento governativo, che nulla risolve rispetto all’eliminazione dello Statuto dei lavoratori, è servito soltanto a pacificare una parte del PD, comprimendo al minimo l’opposizione della minoranza. La logica rimane la stessa: eliminare l’articolo 18 senza estendere, a mezzo di risorse adeguate, gli ammortizzatori sociali. Una truffa ai danni di tutti, precari e lavoratori stabili.

Il 14 Novembre scorso, è stata costruita una straordinaria giornata di sciopero sociale, diffuso in decine di città italiane, costruito in maniera nuova, molteplice, sperimentando modalità comunicative e intrecci relazionari nuovi. é stato uno sciopero del lavoro precario e precarizzato, degli studenti, dei disoccupati, dei neet, di tutti quei soggetti sempre più vessati nel mondo del lavoro firmato Matteo Renzi. é stato, soprattutto, uno sciopero di chi si oppone con forza al jobs act, alla precarietà imposta, al ricatto del lavoro gratuito come unica possibilità di ingresso nel mondo lavorativo, sotto la forma subdola di stage, tiroci, contratti in formazione che altro non nascondono se non sfruttamento e precarietà.

Un manifesto pubblicitario del PD torinese a proposito del jobs act mostrava, ipocritamente, le sagome degli Strikers, gli scioperanti senza volto e con le braccia incrociate a cui abbiamo dato voce e parola tutt* insieme nella costruzione della giornata del 14N. Siamo qui oggi perchè siamo noi quegli strikers, siamo noi ad aver riempito le strade delle nostre città affermando con forza la nostra contrarietà al jobs act, al lavoro gratuito, allo struttamento, rivendicando salario minimo europeo, reddito di base, welfare universale come garanzie per l’esistenza di tutte e tutti.

Oggi riempiamo di contenuti lo spazio vuoto che viene ormai solo incorniciato dalla retorica renziana, portiamo la reale opposizione sociale al piano delle riforme di questo governo della precarietà e del suo ministro del Lavoro Poletti dentro i luoghi stessi in cui questi processi si producono e sviluppano le proprie vuote dinamiche contrappositive, che niente hanno a che fare con la forza propulsiva dei movimenti nel Paese che sta fuori.

Come è già accaduto stamattina a Roma, dove precarie e precari hanno invaso il Ministero del Lavoro al grido di “Non in mio nome!”, anche a Pisa oggi gli strikers continuano a parlare, a partire proprio dai luoghi simbolo delle contraddizioni del jobs act. L’opposizione al Jobs Act va avanti ora e andrà avanti durante il voto finale al Senato, e nel periodo di definizione dei decreti attuativi. La partita è tutt’altro che chiusa.

#nojobsact #noninmionome

LE PAROLE DI FILIPPESCHI. Non si fa attendere il commento del Sindaco Marco Filipoeschi sull’occupazione della sede del Pd di Via Fratti. “Condanna assoluta e piena solidarietà della città. Si è passato il limite. E’ il gesto di piccole minoranze estremiste che cercano visibilità, ma non va sottovalutato. L’irruzione di gruppo, per niente spontanea, con preavviso agli organi d’informazione, nella sede di un partito politico è un atto grave, che nella storia del nostro paese rievoca solo lo squadrismo. Purtroppo, si deve dire la verità. Qualcuno che non conosce la storia forse non lo sa, ma chi orchestra questi gesti invece lo sa bene – continua il primo cittadino – In tempi ancora recenti la sede del Pd è stata oggetto di tentativi di effrazione e altre volte è stata offesa con scritte minacciose. Mentre solo pochi anni fa a Pisa fu incendiata la sede della Cisl e militanti politici subirono minacce personali. Si tratta di nuove azioni inaccettabili, rivendicate con parole deliranti, che intimidiscono chi vuole fare liberamente politica in un partito e dunque sono contrarie alla legalità. Si cerca di surriscaldare il clima speculando sul disagio sociale. Il confronto, anche il più serrato – ha concluso – deve invece escludere ogni prevaricazione. Deve valere la cultura del rispetto delle idee e delle persone. Sono certo che gli organi dello Stato valuteranno quanto è accaduto sotto ogni profilo e che metteranno in atto ogni misura di prevenzione di azioni provocatorie, a tutela della libertà politica garantita dalla Costituzione”.

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