Il 16 ottobre “Giornata Mondiale dell’alimentazione”, sullo spreco del cibo

PISA – Le analisi della FAO e di Last Minute Market, il centro di ricerche sul cibo e sullo spreco dell’Università Alma Mater di Bologna guidato da Andrea Segrè, ci indicano come corresponsabili della fame del mondo che colpisce 1 persona su 8.

Parlando di spreco i dati ci indicano che ne buttiamo un quarto, sommando quello gettato in casa dopo averlo acquistato, a quello della grande distribuzione, che getta dai banchi e dagli scaffali l’invenduto, a quello che rimane sui campi di coltivazione perché invendibile. Siamo complici inconsapevoli: “Per noi è fondamentale investire nell’istruzione nelle scuole” dice Segrè. “ I più ignoranti in materia e i più spreconi sono infatti i giovani fino a 24 anni. Loro non danno alcun valore al cibo. Più si è adulti e più invece si fa attenzione.”

A Pisa – Localizziamo questi dati: 100 mila pisani comprano per circa 200 milioni di euro di cibo l’anno: la “spending review” del cibo varrebbe circa 50 milioni.

Cibo e mafia – Ed al costo di ciò che acquistiamo al supermercato dobbiamo aggiungiamo la quota Mafia-Camorra: “L’operazione della Dia Sud Pontino svelò un patto tra Cosa nostra e camorra per controllare ortofrutta e trasporti. Fondi, in provincia di Latina, era lo snodo centrale per controllare il mercato della frutta e della verdura al centro – sud e anche in alcune zone del nord. Il clan dei Casalesi, i Mallardo, i Licciardi, insieme alle famiglie mafiose siciliane dei Santapaola-Ercolano di Catania, imponevano il monopolio dei trasporti facendo fluttuare i prezzi. Non solo Fondi, anche la frutta e la verdura nel nord Italia hanno avuto un controllo mafioso. L’ortomercato alla periferia sud-est di Milano è stata una delle piazze in cui la ‘ndrangheta ha compiuto molti dei suoi affari, controllando ampi settori della filiera agroalimentare. Non esisteva mela, pera o melanzana trasportata in tutta Italia che non portasse nel suo prezzo la traccia dell’affare mafioso.” (Roberto Saviano, La Repubblica del 23 Luglio 2012)

Il cibo, noi e il resto del mondo – Ed alzando lo sguardo verso gli orizzonti più lontani vediamo che oggi il business del cibo a buon mercato sta sostituendo quello delle nuove tecnologie. Le grandi multinazionali orientali, che hanno incassato miliardi di dollari con PC e telefonini, oggi li investono comprando intere regioni nei continenti poveri: il Land Grabbing sta distruggendo le economie locali di intere nazioni africane. Con 1 dollaro ad ettaro si possono prendere in affitto per 99 anni territori di milioni di km quadrati con lo scopo di fare monocolture di cereali da esportare in tutto il mondo, ma prima di tutto destinati ai miliardi di Asiatici che per lavorare, e produrre gli oggetti che da laggiù provengono, chiedono solo di mangiare. I territori africani vengono così trasformati in enormi e spaventosi campi di monocultura, azzerando le comunità che ci vivono espellendone gli abitanti.

Il cibo e i lavoratori che lo producono – Cosa trovano da noi? I dati che emergono da un’indagine della Prefettura di Bari durante una riunione dell’Osservatorio sui reati nel settore agricolo e agroalimentare (Orsa) dicono che nel primo trimestre del 2013, su 403 attività agricole pugliesi controllate, il 49% ha delle irregolarità pari a 197 casi. Nel corso dei lavori, Giuseppe De Leonardis della Flai Cgil ha evidenziato che “in Puglia ci sono almeno otto ‘ghetti’ di migranti impiegati a nero nei campi”. Da Nardò, passando per Spinazzola e Canosa fino a Foggia, dove ne sono stati individuati ben cinque (a Rignano Garganico, Borgo Mezzanone, Borgo Libertà, Macchia Rotonda e Tre Titoli) per un totale di quasi 13 mila persone,impiegate soprattutto nella raccolta dei pomodori, provenienti dai paesi dell’Africa sud-sahariana e dalla Romania. Oggi è stato analizzato anche il fenomeno del cosiddetto “lavoro grigio”. Su 38.221 migranti iscritti negli elenchi anagrafici della Puglia nel mese di dicembre 2012, 23.152 sono risultati sotto la soglia dei 51 giorni lavorativi, senza diritto quindi a contributi e malattie. Di questi oltre 15 mila in provincia di Foggia e per l’80 per cento rumeni. E così, quando siamo di fronte ad un pacco di pasta o di riso dovremmo chiederci da dove viene, quale filiera di sfruttamento ha seguito; quando siamo di fronte ad un banco di pomodori e stiamo per sceglierli, bisognerebbe chiedersi quanto di quel rosso viene dal sangue dei nuovi schiavi che a poche centinaia di chilometri da qui li hanno raccolti.

Fonte: Ufficio Stampa Comune di Pisa

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