“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “Su su popolo di Pisa, cavalieri e buona gente”

PISA – Domenica il Pisa non è sceso in campo, ma puntuale torna la rubrica “Controcorrente” curata da uno dei decani del giornalismo pisano Giuliano Fontani.

di Giuliano Fontani

Non vedevo l’ora. Stamani sono passato dall’Arena e ho visto quel che speravo. C’erano grande file ai botteghini degli abbonati per confermare la prelazione sul posto in tribuna. Poi sono andato alle biglietterie di via Piave e di via Maccatella, dove è iniziata la vendita dei biglietti. C’erano file ancora più lunghe. Il popolo nerazzurro è tornato, in massa. Mi ha fatto piacere. Anzi, un groppo mi ha assalito alla gola e per farmelo passare mi sono tuffato fra la gente. La mia gente. Li ho guardati da vicino quei volti, molti li ho riconosciuti. C’erano quelli dell’epoca di Romeo, quelli che già venivano all’Arena ai tempi di Rota e di Astolfo Donati. Ce ne erano anche di più anziani, quando il presidente era Beppe Donati, il cavaliere, che ti riceveva nella fabbrica di laterizi a Porta a Mare. Via di Viaccia. I pensieri sono volati, quanti ricordi: la trasferta a Venezia, quella di Cremona, quella di Milano. E quanti personaggi: Piaceri e Gonfiantini, ma anche Dunga e Piovanelli, Renatone Lucchi e Gigi Simoni. E poi giù giù, nel progressivo declino: il primo fallimento di Romeo, il secondo di Pomponi, la partita contro il Monteriggioni, come quelle di decenni prima a San Prospero, Uliveto, Perignano… Il pallone che supera la rete di recinzione, finisce un campo seminato e il contadino incazzato che lo buca con le forbici… In mezzo una passione sola, il Pisa, spesso vissuta come una fede. Uno di loro, che mi conosce, mi ha detto: lo sai che quando babbo è morto ha voluto la sciarpa nerazzurra nella bara? Mi ha attraversato un brivido e non perché l’incerta primavera ci ha consegnato uno strascico di freddo ma perché anch’io ho assistito a funerali (ahimè, quanti!) in cui il vessillo del Pisa giaceva nell’ultimo ciglio. Giovani che sono diventati anziani, nuovi giovani che si affacciano ai botteghini dell’Arena. Li ho visti stamani, li ho osservati da vicino e a lungo. Gli stessi sguardi, gli stessi occhi, le stesse sensazioni, identiche speranze. Un gruppo di loro ha ritirato le bandiere sotto la Curva Nord, le hanno portate via per preparare una nuova coreografia. Così hanno detto, mentre le file ingrossavano e tutti erano contenti di aspettare. Forse è la prima volta nella vita che vedo gente contenta di essere in tanti a fare la coda. Godevano di essere in tanti, avrebbero voluto essere ancora di più. Li ho ritrovati, spero di non riperderli. Il Pisa – e ora il discorso non è retorico – ha un solo patrimonio ed è l’entusiasmo e la fedeltà di questa gente. Siamo nel tempo del calcio milionario che non ha più beni patrimoniali da scrivere a bilancio. Neppure i giocatori sono delle società, perché appartengono a loro stessi. Da una parte è stato giusto così. Delle altre società non mi interessa, ma il Pisa cosa possiede? Il Pisa ha la passione di questa gente. .La deve difendere con le unghie e con i denti. Mi sono chiesto, imischiato nelle fila, perché c’è voluto tanto tempo per riconquistarla. Mi hanno dato varie risposte: le televisioni, la tessera del tifoso, lo scarso entusiasmo che deriva dalla società. I più benevoli mi hanno parlato del Battini come di “nonno Libero”, il famoso personaggio di Banfi diviso tra saggezza e bonomia, la famiglia e il Pisa. Altri l’hanno rappresentato con una punta di quel vituperio a cui ci ha condannato il poeta divino: il “pellaio” di Santa Croce, l’affarista parvenu, l’omino che si è guadagnato il soprannome di “bagno di sangue” perché è la sua definizione ricorrente quando deve pagare. Altri ancora, con l’ironia cardinalizia del Maffi lo rappresentano come il provincialotto che ha le vipere in tasca e che festeggia i successi del Pisa alla maniera dei contadini delle sue parti, con i baccelli e il pecorino. Il popolo, qualche volta, è feroce. Però sa anche essere buono e generoso. E anche intelligente. Abbiamo avuti presidenti onesti (non sempre vincenti), sbruffoni e arruffapopoli, cialtroni e avventurieri, speculatori e mascalzoni, nostrani e stranieri. Battini è a un passo da divenire un Grande Presidente: misurato, appassionato, coinvolto insieme a moglie, figlia e nipoti in una causa sportiva. Se sarà anche vincente avrà diritto all’apoteosi. Se andrà male cadrà in piedi e con lui il Pisa. C’è di che essere fieri e orgogliosi. Questo, oggi, è il sentimento prevalente. Nel mezzo alla folla in trepida attesa, insieme alla speranza sovvengono i versi di incoraggiamento del grande Carducci: “Viva il popolo di Pisa, a la vita ed a la morte… Su su popolo di Pisa, cavalieri e buona gente”.

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